Bragi e Idhunn




Bragi




Bragi e Idhunn
Bragi
Mitologia » Divinità
Dio associato alla poesia ed all'arte scaldica, Bragi è una figura singolare all'interno del pantheon nordico per diverse ragioni.
Snorri innanzitutto lo descrive così:

"(...) è famoso per la saggezza e soprattutto per l'eloquenza e l'arte della parola, eccelle nella poesia, che da lui è detta 'bragr'"

("Edda", Gylfaginning 26, Snorri Sturluson, Adelphi)

Il dio fa perciò parte del novero degli dèi, ma nonostante questo le sue origini sono oscure: l'assenza di traccie indicanti un culto a lui dedicato, nonché la chiara abilità poetica, suggeriscono che la sua figura derivi semplicemente dalla divinizzazione del bardo scaldico Bragi Boddason (IX sec.), che nella Gylfaginning è indicato con la dicitura "skáld gamli" (Gylfaginning, 1), ovvero "l'antico poeta": egli fu infatti il poeta di corte di molti re svedesi, ed il primo poeta ricordato con nome completo dalle cronache.

Quale che sia la sua origine, Bragi fa in ogni caso parte della stirpe degli Asi (Skáldskaparmál, 1), ed è proprio il dialogo tra lui ed Ægir che costituisce lo Skáldskaparmál:

"Bragi raccontò ad Ægir molte vicende che gli Asi avevano vissuto (...)"

("Edda", Skáldskaparmál 1, Snorri Sturluson, Adelphi)

Bragi procede quindi a raccontare ad Ægir le gesta degli dèi, nonché a fornire importanti riflessioni riguardo l'arte poetica e l'origine di alcune kenningar:

"E ancora Ægir domandò: «Di dove ha origine quest'arte che voi chiamate poesia?». Bragi risponde: «Cominciò così, che gli dèi ebbero guerra con quel popolo ch'è chiamato dei Vani. Ma intavolarono trattative di pace e stabilirono un patto in questo senso: di recarsi da ambedue le parti presso un recipiente e di sputarci dentro. E quando si separarono gli dèi non vollero che quel segno di pace andasse perduto, lo presero e ne fecero un uomo; questi si chiama Kvasir ed è tanto sapiente che nessuno può porgli una domanda su alcunché ch'egli non sappia rispondere. A lungo egli andò per il mondo per recare agli uomini saggezza, ed egli venne ospite da due Nani, Fiallarr e Galarr, e costoro lo invitarono a un colloquio privato e lo uccisero; fecero scorrere il suo sangue in due recipienti e in una caldaia, essa ha nome Ódhrerir e i recipienti si chiamano Són e Bodhn. Mischiarono il sangue con del miele e ne venne quell'idromele che chi ne beve diviene poeta e uomo sapiente. I Nani raccontaron oagli Asi che Kvasir era soffocato nella sua stessa sapienza, poiché non c'era nessuno tanto saggio da poter attingere al suo sapere. Poi quei Nani invitarono presso di sé il gigante di nome Gillingr e la moglie di lui. E invitarono Gillingr ad andar in barca con loro sul mare. Ma quando furono lontani da terra i Nani spinsero la barca contro i cavalloni e così la fecero rovesciare. Gillingr non sapeva nuotare e affogò, mentre i Nani recuperarono la loro barca e tornarono a riva. Raccontarono alla moglie di lui quel che era successo ed ella ne ebbe grande dolore e pianse forte. Allora Fiallar le chiese se potesse darle sollievo vedere sul mare il punto dove suo marito era annegato. Ed ella consentì. Allora egli disse a Galarr, suo fratello, di salire sopra la porta e quand'ella fosse uscita di farle cadere sulla testa una pietra da mulino, poiché, disse, non poteva sopportare quel lamento. E quegli fece così. Allorché Suttungr, nipote di Gallingr, venne a sapere tutto ciò, si recò dai Nani, li prese, uscì in mare e li mise su una roccia che veniva coperta dall'alta marea. Essi pregarono Suttungr di risparmiar loro la vita e gli offrirono come risarcimento per la morte dello zio il prezioso idromele, e così fu convenuto tra loro. Suttungr si portò a casa l'idromele e lo custodì nel luogo che ha nome Hnitbiörg e vi pose a guardia sua figlia che ha nome Gunnlödh. Per questo noi chiamiamo la poesia 'sangue di Kvasir' oppure 'bevanda dei Nani' oppure ancora 'sazietà' o qualsiasi designazione di un liquido, 'di Ódhrerir', o 'di Bodhn' o 'di Són' e poi ancora 'veicolo dei Nani', poiché questo idromele li tolse indenni dalla roccia del mare; oppure 'idromele di Suttungr' oppure 'acqua di Hnitbiörg'.» Allora Ægir disse: «Mi par discorso oscuro designare la poesia con tali perifrasi (...)»"

("Edda", Skáldskaparmál 2, Snorri Sturluson, Adelphi)

Bragi è lo sposo di Idhunn, la custode delle mele della giovinezza e quindi simbolo di fecondità; il parallelismo creato da questo rapporto potrebbe stare ad indicare il concetto, molto diffuso nell'immaginario scandinavo, della fertilità e della fortuna derivanti da uno stretto rapporto con gli antenati defunti e quindi sottolineerebbe l'importanza della trasmissione orale della tradizione. Questa ipotesi è rafforzata dall'etimologia della parola "bragr", sicuramente legata al nome Bragi, che significa "guerriero, principe" e che si ritrova nel termine "bragafull", indicante la tradizionale coppa usata per il brindisi rituale durante i festini funerari.

Bragi è presente inoltre in tutti i principali episodi mitologici riguardanti gli dèi: ad esempio nel Lokasenna viene accusato da Loki di essere un pusillanime e di aver ucciso il fratello di Idhunn, accuse che paio comunque infondate.

In alcuni componimenti scaldici si legge poi che Bragi dimorerebbe nel Valhalla. Molti degli aspetti descritti accomunerebbero inoltre Bragi ad Odino stesso: ciò è indicato naturalmente dal rapporto con i defunti e la favella poetica (non bisogna dimenticare che Odino è il primo vero dio della poesia), ma anche dalle oscure notazioni di Egill Skallagrímsson (secondo cui Bragi indicherebbe Odino privo di un occhio) e da quelle di Snorri stesso, che indica Bragi come "Inn siðskeggja áss" ("il dio dalla barba cadente"): siðskegg è anche, guarda caso, un frequente appellativo di Odino.




FONTI

Snorri Sturluson, "Edda", Adelphi
"Il canzoniere eddico" , Garzanti
Gianna Chiesa Isnardi, "I miti nordici", Longanesi
articolo inserito il 01/02/2010 da Valkyria